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(2° parte) Teoria della Relatività, Eta Beta, Galileo e altre strane questioni nell’Universo

2° parte

Ecco la seconda e conclusiva parte: qui la prima

Il quesito emerso e rimasto inevaso riguarda il perché la ricerca militare sia trent’anni avanti rispetto alla ricerca civile e industriale.

È un fatto che, a ben pensarci, è tutt’altro che ovvio, sebbene considerato tale. Nella storia, infatti, non è sempre stato così, basti considerare l’epopea del volo dell’uomo, quando la ricerca scientifica civile ha ampiamente preceduto la ricerca militare. Poi, come sono andate le cose, è del tutto evidente.

Prima di addentrarmi nel caso specifico, è indispensabile evidenziare alcuni aspetti. Per farlo utilizzo una metafora. Immaginiamo di partecipare ad una caccia al tesoro a squadre. Il premio risponde ad un criterio semplice: è così importante e grandioso che sarete disposti a qualsiasi cosa pur di raggiungerlo. Inoltre, come in ogni caccia al tesoro, il premio già esiste, dovete solo arrivarvi prima d’ogni altro, perché sia legittimamente vostro. La particolarità di questa caccia è che, oltre al tesoro principale, poi e solo poi, a seguire, è possibile scovare molti altri tesori.

Immagina ora che nel corso delle ricerche (ops!), una parte della tua squadra trovi l’indizio chiave che indica dove andare (a nord), quale punto di riferimento individuare (un grande albero lungo un fiume) e quale segnale trovare (un sasso piatto e bianco ai piedi di tale albero): sotto quella roccia si trova il tesoro principale. Ora dovete essere solo veloci e circospetti, per raggiungere il vostro primo successo.

Una volta trovato il tesoro principale, potete dedicarvi alla ricerca di quelli successivi. È ragionevole pensare, che lascerete le altre squadre a continuare nella ricerca del tesoro principale e manterrete riservata la notizia del successo raggiunto, anche alla parte della vostra squadra non direttamente testimone del risultato, per continuare indisturbati le successive ricerche e beneficiare della situazione.

Se ad un tratto qualcuno si accorgesse che il primo premio è stato trovato, infatti, perdereste il vostro vantaggio, ancora una volta un’asimmetria informativa. A questo punto è semplice capire la strategia: da un lato proseguire le ricerche quanto più indisturbati e dall’altro dissimulare il primo fondamentale successo. Se siete abbastanza abili, questo “gioco” potrebbe proseguire per anni, forse decenni.

Il modo migliore per dissimulare il primo successo, è quindi che un gruppo di voi, appartenente alla vostra stessa squadra, inconsapevole e in buona fede, continui la ricerca del premio principale. Questo spiega, perché è fondamentale tenere parte della vostra squadra all’oscuro del successo conseguito. Il vostro sforzo, migliaia di ricercatori e grandi investimenti, sarà così credibile, che nessuno dubiterà delle reali circostanze. L’effetto ottenuto è che un’altra parte della vostra squadra, indisturbata, continua la sua opera per decenni. Inoltre, quando dalla comunità della ricerca, emerge la richiesta di un consiglio, sarete credibili nell’affermare, con parole misurate, che la ricerca è difficile e impegnativa e serve ancora tenacia e impegno. Nessuno si chiede se abbiate trovato il premio, tutt’al più, se è giusta la direzione di marcia. Ovvio che un’operazione di questa portata è sostenibile se il “premio” in palio è adeguato.

Descritta la situazione in cui ci troviamo ad operare, propongo, per gli scettici, alcuni dettagli aggiuntivi. In alcuni ambienti, l’opera di dissimulazione si definisce “depistaggio”. Nel vocabolario della lingua italiana (Devoto – Oli) si trova la seguente definizione: sviamento di un’indagine, manovra o tattica mistificatoria e in senso estensivo, sviare dalla giusta pista, suggerendo, deliberatamente, piste diverse.

Riporto questa definizione, perché, quando una parola compare nel vocabolario di una lingua, significa che il concetto o l’oggetto descritto esiste ed è tanto comune da richiedere un’espressione che lo indichi in modo chiaro. Il depistaggio è, dunque, un comportamento comune, mosso dall’intenzione di creare, mantenere o ampliare un’asimmetria informativa relativa ad un qualche ambito di conoscenza.

Poiché parliamo di ricerca scientifica, ha senso considerare se, in tale ambito, esistono consuetudini in tal senso. Ovviamente è facile constatare che esistono pratiche di spionaggio e controspionaggio in ambito industriale e imprenditoriale. Le prime sono indirizzate a carpire un segreto in possesso di altri. Le seconde sono indirizzate a prevenire le attività di spionaggio. L’obiettivo, ancora una volta, è quello di ampliare, mantenere, ridurre o rovesciare una situazione d’asimmetria informativa. Esiste poi un terzo tipo d’attività che tutti praticano: la dissimulazione. Infatti, chi svolge attività di spionaggio vuole nascondere il suo agire e l’ambito dei suoi interessi, mentre chi opera nel controspionaggio cerca di rendere difficoltosa l’individuazione dei suoi veri interessi ad esempio manifestando interesse per argomenti estranei ai suoi obiettivi autentici. Poi, come sappiamo, per nascondere al meglio una cosa la si rende il più evidente possibile. Questo fatto merita in futuro una trattazione a parte e per ora lo tralascio.

In conclusione si è chiarito che queste vicende fanno parte della consuetudini (di parte) del genere umano. Per esemplificare come tutto questo sia accaduto in ambito scientifico è banale, per notorietà ed evidenza, citare la vicenda di Galileo. Sono, in ogni caso, innumerevoli i casi simili, sebbene meno famosi ed eclatanti.

Arrivati sin qui, possiamo porci nuovamente il quesito, in merito alla celebre, nel nome ma non nel contenuto, Teoria della Relatività di Einstein.

Vediamo i fatti.
Da decenni migliaia di menti brillanti dedicano la loro esistenza per far progredire una Teoria che non compie nessun importante progresso, anzi, per tentare di accordare alla Teoria le anomalie emerse, la Teoria stessa è oggetto di incessanti integrazioni, estensioni ed eccezioni per includere e “spiegare” tali anomalie.

Possiamo solo immaginare i risultati che si potrebbero ottenere, se queste menti brillanti e ingegnose, anziché tentare di “risolvere” un rompicapo attraverso l’ampliamento del rompicapo stesso, prendessero atto del “grande bluff” e si dedicassero alla ricerca in libertà coltivando il loro genio. Si otterrebbero progressi inauditi in tempi incredibilmente brevi. Tuttavia, schiere di menti illustri addestrano i loro studenti, a proseguire sulla stessa erronea strada. Si chiama, usando il linguaggio della psicologia, trasmissione intergenerazionale del trauma, dove, in questo caso, il trauma è un “grande bluff”, ossia un colossale auto inganno.

Fino qui ogni argomento, appare, se non logico, almeno intuibile. L’obiezione da affrontare, e che porta ancora ad avvalorare, nel senso comune, questa Teoria, come altre, sono i risultati tecnologici ottenuti. La risposta a questa osservazione è molto semplice ed è valida per ogni ambito di scienza. Tale risposta porta a constatare che, ogni conoscenza intermedia, “scalino” nel progresso della conoscenza stessa, pur necessaria, una volta superata scompare nell’oblio.

Per comprendere meglio la questione è utile fare un piccolo viaggio nel tempo. All’epoca dell’età del bronzo, tra il 3.500 e il 1.200 A.C., in base alla datazione storica comune, che in futuro provvedo a riesaminare, la “teoria” disponibile sulla fisica della materia era inesistente e, comunque, espressa in chiave mitologica. Tuttavia, nella stessa epoca, le conoscenze di metallurgia erano tali per cui si sapeva fondere e lavorare il bronzo.

Qualche secolo più tardi, anche la “teoria” dei fluidi era inesistente. Tuttavia, le conoscenze nell’ambito delle costruzioni navali permisero all’uomo di realizzare navi e vascelli e navigare per mari e oceani. Solo con Archimede, vissuto circa nel 287-218 a.C., si scoprì il principio (teoria) del galleggiamento. Ciononostante, nessun carpentiere navale aveva atteso quel momento per costruire, varare e far condurre le sue navi nel mondo. Esempi simili arrivano fino ai giorni nostri. Nulla o quasi si sapeva d’aerodinamica, ad esempio, quando i fratelli Wright fecero volare il primo velivolo a motore più pesante dell’aria.

Questi esempi portano ad una semplice constatazione: il fatto di riuscire a fare una determinata cosa non significa che sappiamo come funziona “l’universo”. Dimostra solo che sappiamo fare quella determinata cosa. Una volta acquisita tale competenza, diffondiamo la conoscenza attraverso schemi e concetti formali, non per questo veri ma, più semplicemente, efficaci a descrivere e trasmettere quel “saper fare”.

Per un piccolo fraintendimento logico, siamo quindi indotti a credere che i progressi tecnologici siano conferme della “teoria” sottostante. La realtà è che i progressi tecnologici nel “saper fare” testimoniano solo che si possiede quella capacità. Seppur rappresentino risultati importanti, niente più di ciò.

Per la Teoria della Relatività vale, ancora oggi, il medesimo fraintendimento. Il senso comune, derivate dall’immaginario collettivo alimentato ad arte, mette, infatti, in relazione la Teoria, l’energia nucleare e la bomba atomica. Il “collante” di questo senso comune è la celebre equazione E = mC2. Tuttavia in senso comune alimenta un fraintendimento, infatti la Teoria della Relatività si orienta al macro cosmo (lo spazio, i pianeti, i sistemi solari, le galassie ecc.) e non al microcosmo, ossia alla fisica della materia, dove si realizzano gli eventi “nucleari”.

A questo punto rimane da porci la domanda chiave e conclusiva: perché questo “grande bluff”? Questa sarebbe materia dell’epistemologia della scienza, che, tuttavia, chiarisce gli eventi solo dopo che una nuova conoscenza ha soppiantato il vecchio sapere. Si limita a svolgere la funzione di testimone storico di tali fatti.

Per capire questo “grande bluff” è necessario tornare all’epoca della nascita della Teoria della Relatività. Negli anni poco precedenti si confrontavano due scuole di pensiero. La prima, ispirata all’opera di Newton, parlava di un universo in prevalenza vuoto (il vuoto cosmico), la seconda, erede del pensiero filosofico di Anassagora, si riferiva ad un universo “pieno”, formato di “etere”, una materia sottile, ossia molto rarefatta, che pervadeva e costituiva l’universo stesso e dalla quale si generava la materia nelle forme che noi abbiamo consuetudine di sperimentare.

In quegli anni si stava realizzando un passaggio decisivo. L’idea originaria di etere di Anassagora si riferiva ad un “etere immobile” e questa ipotesi si era dimostrata inadeguata a spiegare i fenomeni, soprattutto astronomici, e quindi inefficace. Stava tuttavia emergendo un’idea di “etere dinamico”, un flusso cosmico incessante di materia rarefatta in movimento.

Questo concetto fu il fondamento dell’opera di Nicola Tesla. Sulla stessa base fu sviluppata la Teoria delle Apparenze dell’ing. Todeschini, pubblicata nel 1949 a Bergamo, che formulava e proponeva una teoria unificante delle forze nucleari, elettromagnetiche e gravitazionali, ossia tutte le forze fondamentali dell’universo. A differenza del concetto di “etere statico”, il concetto di “etere dinamico” era del tutto corretto, come dimostrato dalle invenzioni e dai progressi scientifici e tecnologici donati all’umanità da Tesla attraverso la sua opera.

Ecco il tesoro della nostra caccia: la conoscenza della reale struttura dell’universo, un universo pervaso di etere dinamico, ossia, usando le parole di Todeschini “un universo fluido ponderale in movimento”. Questo tesoro andava protetto, per la conoscenza in se e per le implicazioni tecnologiche che ne potevano derivare, a partire dall’evidenza dei risultati dell’opera scientifica di Tesla.

Immagina quindi di esserci arrivato per primo, di averne colto il potenziale e di voler disporre di tutto il tempo necessario per continuare le tue ricerche, ossia per cogliere i risultati senza il disturbo e le interferenze di altri e di aver capito, che non solo questo ti può dare un vantaggio nell’ambito della ricerca civile ma, soprattutto, della ricerca militare. È ovvio, a questo punto, che fareste qualsiasi cosa per difendere il vostro privilegio. In questo, una bella teoria, un po’ confusa e cervellotica, una specie di gigantesco rompicapo che diventi la misura dell’intelligenza delle menti più brillanti è quanto di meglio ti serve per depistare e agire indisturbato. Poi, il resto, è cronaca dei giorni nostri e degli ultimi decenni di ricerca scientifica.

La conclusione è quindi ora ovvia. La Teoria è in “naftalina”, manifestamente superata dalle evidenze ma ancora utile a svolgere la sua funzione di depistaggio e di indirizzo di tante energie e menti brillanti verso un rompicapo assai cervellotico e, in conclusione, irrisolvibile. In questa occasione ho descritto “il vantaggio” che ne deriva in termini “concettuali”, in futuro mi occupo di indicarlo in termini pratici e concreti.

Quello che propongo è la realtà, tuttavia solo un frammento del mosaico. Ciò che posso fare è fornire gli elementi compatibili con il livello di consapevolezza al momento mediamente presente tra le persone. La realtà è più complessa. Tanto complessa da essere ancora, per molti, quasi “impensabile”.