Ora puoi solo aggrapparti a quel poco che ti rimane e sperare che quel poco ti sia assicurato, per senso di umanità.

in Economia

L’assurdo benessere della Grecia, la sediziosa rivolta nella Troika, l’Italia e la repressione delle zanzare tigre.

Accertato che siamo in una crisi, questa almeno la terminologia comune in uso, sebbene in realtà siamo all’interno di un passaggio epocale e sistemico, la domanda che serpeggia è: quando finirà?


La giornata, in un momento di pausa, ha incluso una visita al supermercato per qualche piccolo acquisto rimandato troppe volte e, alla fine, divenuto urgente. È un luogo sempre interessate, un punto d’ascolto. Purtroppo, per evidenti circostanze oramai drammatiche, l’ascolto si sintonizza su un unico canale e un unico programma: la crisi. L’evidenza è innegabile, nessuno si permette più di negarlo e anche chi, in una condizione di maggiore agio, osserva ancora con distacco la situazione, tace pudicamente.

Accertato che siamo in una crisi, questa almeno la terminologia comune in uso, sebbene in realtà siamo all’interno di un passaggio epocale e sistemico, la domanda che serpeggia è: quando finirà?

Le notizie relative alla fine del tunnel, alle luci in lontananza, alla prossima ripresa, alle iniziative per la crescita e così via, sono annunci privi di ogni fondamento reale.

Esclusi eventi inattesi e imprevedibili, è stato pianificato dalla Troika, UE, BCE e FMI, con il fiscal compact, il MES e grazie al nostro stesso contributo, il pareggio di bilancio in costituzione, e altre amenità del genere, un comodo ventennio di discesa verso la povertà. Il benessere materiale e sociale, che almeno una parte importante dell’Italia ha vissuto e sperimentato, è oramai una cosa che appartiene al passato.

In questa situazione attendevo sempre, da un momento all’altro, che un autorevole commentatore e analista, chiarisse cosa sta accadendo e perché non accadrà un bel nulla della rivolta, che qualcuno evoca o paventa ormai imminente. In realtà sono almeno due anni che attendo, ma nessun segnale compare all’orizzonte, nemmeno un timido cenno.
Ho osservato quest’anziana signora nel supermercato.
Era una donna che esprimeva fierezza e tenacia, anche se gli anni avevano fiaccato quella tempra.

In modo garbato e gentile chiedeva, sinceramente, quando finirà la crisi. Intorno, altre persone, altrettanto anziane, scrollavano le spalle con rassegnazione; persone adulte e mature, dall’aria informata, suggerivano un accomodante “bisogna avere pazienza”. Mi davano l’idea, che in realtà ignorassero del tutto il loro futuro.
Una rassegnazione più austera e forte, ma non meno smarrita. Non conosco il nome di quest’anziana signora; la chiamerò Giovanna. Di fronte alla sua dignità, alla sua tenacia di conoscere il destino, non per se ma per i suoi nipoti, la verità Le è dovuta.

La fierezza degli anziani di fronte alla crisi

Cara Giovanna, non ho il piacere e l’onore di conoscerla, ma questo è per lei, spero che qualcuno, di fronte alla sua tenacia le consegni la verità, purtroppo scomoda. Scrivo per Lei. Spero sia la prima a capire.

Per spiegare cosa accadrà oppure no è sufficiente dare uno sguardo poco lontano, oltre il Mare Adriatico e verso il Mar Egeo.
La Grecia, in questa corsa verso la distruzione della civiltà umana, ci precede di poco, un paio d’anni al massimo. Cos’è accaduto lì? Nulla, se non piccole faccende del tutto irrilevanti. Qualche protesta di piazza, la solita repressione delle forze dell’ordine, davvero ipocrita chiamarle in questo modo, e poi la discesa verso il basso della qualità di vita materiale e umana del popolo greco: una discesa, che è all’inizio e il viaggio è ancora lungo. Il coprifuoco notturno nel centro di Atene è una recente tappa intermedia.

La repressione in grecia

credits: Ann Hermes/Staff photographer

Alcuni pensano e prevedono che in Italia o altrove accadrà quello che non si è visto in Grecia, cuore iniziale della crisi, dove gli effetti sono più pesanti solo perchè è iniziata prima. È un’illusione. Lo scrivo con una certezza matematica: in Italia e altrove non accadrà nulla.

È tempo di smettere di pensare, che in giro per il mondo ci siano degli sprovveduti che non sanno come gestire la crisi. La gestione è perfetta, chirurgica, pianificata nei minimi dettagli e costruita con una sapienza raffinata. Solo che non lo vediamo, perché non studiamo abbastanza e quando studiamo, lo facciamo nel modo sbagliato.

Tutti noi abbiamo frequentato le scuole. Alcuni per il minimo tempo indispensabile, le scuole dell’obbligo, altri hanno proseguito. Molti sono arrivati all’università e un certo numero ha studiato economia. Tra loro, tutti, ma proprio tutti, hanno studiato la “legge del valore marginale decrescente”.
Cara Giovanna, è solo un nome strano per una cosa facile da capire ma che richiede un pizzico di pazienza. A tutti questi studenti la raccontano così, seguendo la direzione narrativa della freccia verde.

Immagina di esserti perso nel deserto, Hai esaurito le scorte d’acqua e sei oramai disidratato e allo stremo delle forze. La tua fine, la morte, è questione di poche ore, forse di minuti. In questa situazione, ormai senza alcuna speranza, un nomade del deserto ti vede, ti raggiunge e ha con se dell’acqua. Decide di darti da bere.

photo credits: brentstirton.com

photo credits: brentstirton.com

Il primo bicchiere che bevi ha un valore immenso, è la differenza tra la vita e la morte. Ovvio, non basta. Segue un secondo bicchiere. Fondamentale. Un terzo, ancora vitale e cosi via. Ogni bicchiere d’acqua ha importanza, ma, quello aggiuntivo, nel linguaggio tecnico è detto “marginale”, ha, nel gergo economico, sempre meno “valore” e, dopo il trentesimo bicchiere d’acqua, giusto per fare una battuta, ci bagni le piante.

Con questa storiella, che ha accompagnato gli studi universitari in economia di migliaia di studenti, è raccontata la “legge del valore margina decrescente” che, in altre parole illustra come, più un bene è abbondante (il trentesimo bicchiere), minore è il suo valore d’uso percepito (ho la pancia piena e smetto di bere acqua!) e ad ogni successivo bicchiere il valore percepito diminuisce. Dalla storiella è quindi evidente che il primo bicchiere ha un valore immenso, è la differenza tra la vita e la morte, mentre il trentesimo è quasi trascurabile, sebbene siano entrambe sempre “un bicchiere d’acqua”.

Voglio fare le cose fatte bene, quindi ecco un grafico che illustra il concetto. Tutti, ma proprio tutti, studiano questa legge nella direzione della freccia blu, che corrisponde al filo narrativo della storiella stessa. A tutti suonerà ovvia, al più rievoca qualche lontano ricordo (“ .. ah, si, è vero …”) ma studiata così, per chi l’ha studiata, non insegna un bel nulla. Infatti, i segreti si nascondono mettendoli nel luogo più in vista.

legge del valore marginale decrescente

Tutti, ma proprio tutti, studiano questa legge nella direzione della freccia blu, che corrisponde al filo narrativo della storiella stessa. A tutti suonerà ovvia, al più rievoca qualche lontano ricordo (“ .. ah, si, è vero …”) ma studiata così, per chi l’ha studiata, non insegna un bel nulla. Infatti, i segreti si nascondono mettendoli nel luogo più in vista.

Adesso la storiella la racconto secondo il filone narrativo opposto nella direzione della freccia rossa. In realtà completa la storia di cui, al momento, si conosce solo la, presunta, conclusione felice.
Succede, quindi, che il nomade del deserto, dopo averti salvato la vita, ha per te altre intenzioni che tu ignori (in un altro post si parla di “asimmetria informativa” che, guarda caso, sembra piuttosto pertinente).

legge del valore marginale decrescente

Per prima cosa, ti rimette in forze e, per il tempo necessario, ti da bere in abbondanza. Diciamo 25 bicchieri d’acqua fresca al giorno e, dato che non sai nulla del deserto e se abbandonassi il tuo salvatore il tuo destino sarebbe già segnato, lo segui felice e allegro, tanto più che ti da bere e da magiare. Gratis, per ora.

Dopo qualche giorno, dato che ti stai riprendendo, riduce le razioni a 20 bicchieri d’acqua al giorno. È sempre abbondante, ma ci stai attento e, quando puoi, metti da parte quello che ti avanza: fai scorte o, nel gergo economico, risparmi. Il tuo girovagare, dunque, continua. Passano i giorni e, dato che sei sempre più in forze, il nomade decide che puoi renderti utile. Quindi ti occupi della tenda, sistemi i bagagli, carichi e accudisci i cammelli. Riconoscente per averti salvato la vita sei felice di renderti utile, capisci che la vita nel deserto è difficile e te ne fai una ragione, quando la razione d’acqua scende a 15 bicchieri. In fondo, se hai qualche necessità improvvisa, hai sempre le tue scorte personali.

Il viaggio prosegue, solo il nomade sa trovare le oasi e le fonti d’acqua e dipendi da lui in quanto egli ha, in sostanza, il monopolio dell’acqua. Quindi, sebbene un pò insofferente, non hai alternative, quando decide di ridurre ulteriormente la razione dell’acqua a 10 bicchieri al giorno, ti impone di accudire tutto l’accampamento, di sorvegliare la notte e di condurre a piedi i cammelli mentre lui li cavalca.

Nel frattempo hai esaurito le tue scorte personali (hai finito i risparmi), continui a dipendere dal monopolista dell’acqua e ogni bicchiere che ti è tolto, sebbene sia sempre “un bicchiere d’acqua” per te è sempre più importante e vitale. Il risultato è che tu, per sopravvivere, sei disposto a fare qualsiasi cosa ti sia proposta, chiesta o imposta. Smetti di essere ospite del tuo salvatore, ma dipendi in tutto e per tutto da lui. Quando progetti di fuggire, sai che il primo ad essere condannato sei tu stesso. Senti di aver esaurito il tuo debito di riconoscenza. Il nomade è però d’opinione diversa. Ha salvato la tua vita. Ora la tua vita gli appartiene. Nel momento in cui ti offrì il primo bicchiere d’acqua tu lo ignoravi, ma la sua intenzione era di farti suo schiavo e costringerti al suo servizio.
Se lo avessi saputo, forse, avresti evitato questo fastidioso “effetto collaterale” dell’asimmetria informativa.

Ora puoi solo aggrapparti a quel poco che ti rimane e sperare che quel poco ti sia assicurato, per senso di umanità.

Un’illusione che, presto, vedrai svanire. Incredulo e sgomento, negherai il tuo destino anche di fronte all’evidenza. Travolto dallo sgomento, sarai incapace di riconoscere il giogo che è stato calato sulla tua esistenza. Il tuo destino è segnato. Ancora coltivi la speranza che il tuo aguzzino abbia, in fondo, bisogno di te, per scoprire un giorno, amaramente, che il tuo tempo si è protratto non per umanità, ne per bisogno ma solo per capriccio e arbitrio altrui.

disperazione-grecia-crisi

Rimani immobile, paralizzato dalla paura, sospeso sulle sabbie mobili che, lente e inesorabili ti avvinghiano.

L’immobilità ti assicura solo una lenta e atroce agonia. Speri, nel “guadagnare tempo”, di trovare una soluzione che non c’è o di ricevere un aiuto che non avrai. Quella che ti sembrava una condizione di vita lontana e inconcepibile, diventa, lenta e inesorabile, un incubo quotidiano e reale, drammaticamente concreto. Privo di alternative, paralizzato dal terrore, stordito dalla paura rimani inerte e incapace di pensare.

Sei un uomo in prigione, sebbene non in catene, e senza alcuna libertà. Sei schiavo e inerme. Il nomade sa che non ci sarà alcuna rivolta, ma semplice schiavitù. Tu ami la vita, ami le persone a te care che speri, un giorno, di poter incontrare di nuovo da uomo libero e non sei disposto a lottare per la tua libertà, perché temi di perdere quel poco o nulla che ancora ti rimane e che preghi ti sia concesso ancora. Sei schiavo, così vivrai e tale morirai. Il nomade questo lo sapeva bene, ora è chiaro anche a te.

Sei stato “salvato” attraverso una generosa abbondanza iniziale, poi, nel tempo, per ragioni e motivazioni che sul momento ti sembravano ragionevoli e di buon senso, hai visto ridurre quest’abbondanza ed iniziare la richiesta di “collaborazione” (*).

Hai gioito, ti sentivi attivo, capace di dare il tuo contributo e pensavi così, di ripagare il tuo debito di riconoscenza e poter presto ritrovare la strada di casa. Stupido e ingenuo. Ti è stato offerto qualcosa, un dono è tale e non prevede, mai, un debito di riconoscenza. Tuttavia tu hai accettato quella regola “morale”, il tuo “senso di colpa” ha lavorato a fondo nella tua anima. Così, passo dopo passo, ti ritrovi, schiavo, in catene che tu stesso hai stretto e serrato alle tue caviglie e ai tuoi pensieri e ora, che ti senti inerme, impotente e sconfitto, preghi che il tuo aguzzino abbia pietà di te, ma la pietà non appartiene agli aguzzini.

La “legge del valore marginale decrescente”, percorsa fino all’epilogo della sua “storia”, spiega, quindi, come funziona il controllo sociale attraverso la scarsità e, in particolare oggi, attraverso la scarsità del denaro.

Spiega perchè progressivamente vedrai sparire i tuoi risparmi, le tue scorte d’acqua, perché, ad un certo punto, non avrai più risparmi e se un tempo non avresti mai accettato un lavoro per meno di 1.500 € al mese, ora, per un salario di 800 € da precario sei disposto a lavorare senza farti retribuire gli straordinari. Spiega perché rimarrai paralizzato dalla paura passando da una condizione di esistenza apparentemente libera e ricca, ad una condizione di schiavitù e miseria. Entrato in questa spirale il tuo destino è segnato. Sei schiavo, vivrai e morirai come tale. Tutto il resto è un’illusione.

Mi dispiace Giovanna. Questa è la verità per i suoi nipoti e non solo i suoi. È il destino di schiavitù e impotenza in cui interi popoli saranno schiacciati, fino a quando non si libereranno dal monopolio del denaro di proprietà di pochi, apparenti benefattori, ma in realtà implacabili schiavisti. Il tempo a disposizione è, tuttavia, il tempo del capriccio e dell’arbitrio che quegli stessi aguzzini decideranno di concedere. Nulla di più.

Non accadrà nessuna rivolta e vedremo le persone paralizzate dal terrore e dalla paura di perdere la loro misera esistenza. Accadrà invece tutto quello che è stato previsto e programmato.

L’unica possibilità, che è di ciascuno, è quella di colmare l’asimmetria informativa, comprendere il piano di realtà e agire secondo la verità, per riprendere in mano responsabilmente la propria esistenza.

Uscire dal deserto è semplice, basta capire che non si tratta di una morte fisica ma di una morte simbolica del nostro attuale modo di vivere basato sulla competizione e non sulla collaborazione. Questo è un viaggio culturale, di cui conosco solo l’inizio. Come finirà questa storia è da scoprire.

(*) Se la parola “collaborazione”, per una qualche strana e inattesa intuizione, ti evoca il concetto di “concertazione”, sappi che sei nella giusta direzione.